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Giovedì, 08 Dicembre 2016 22:58

La rivoluzione delle reti d’impresa. Quando le parole modificano la sostanza. by Carlo Pignatari

La rivoluzione delle reti d’impresa. Quando le parole modificano la sostanza. by Carlo Pignatari

Una stimolante metafora che racconta come il modo in cui noi nominiamo la realta' modifichi la realta' stessa

A cura di Carlo Pignatari, Esperto di Innovazione, Delegato Emilia Romagna ASSORETIPMI, Imprenditore facente parte della Rete di Imprese Teamreti Italia 

fonte: teamretitalia.com del 26.12.2016

 

 

 

 

Città di carta

AGLOE è una città che non esiste. O meglio non è mai esistita sinché negli anni '30 il fondatore dell'azienda redattrice di carte geografiche General Drafting Company Otto G. Lindberg, e l'assistente Ernest Alpers la crearono mettendola sulle mappe di un loro importante cliente, la società petrolifera Esso. Il nome, scelto come un anagramma delle loro iniziali, indicava un luogo nel bel mezzo del niente o come dicono gli americani con un'espressione ancora più icastica in the middle of nowhere. La città era posta a un incrocio fra due strade sterrate nello stato di New York. Si trattava, in realtà, di una trappola per il copyright: se un altro cartografo avesse riportato lo stesso nome sulla sua mappa, sarebbe stata la prova che la seconda mappa era un plagio e si sarebbero potute avviare le pratiche per la violazione del diritto d'autore.
Fu questo che accadde quando la Esso si accorse che su una mappa pubblicata dalla Rand McNally compariva la città di Agloe. Si avviarono le azioni legali preparandosi a incassare il lauto compenso che negli Stati Uniti si può ottenere laddove si dimostri la violazione del Copyright. 
Tuttavia, la difesa della Rand McNally fu sorprendente: loro non avevano copiato nulla, ma in quell'incrocio sperduto era effettivamente sorta una città. All'incrocio era infatti, stato creato un negozio che aveva preso il nome dalla mappa della Esso creata da Lindberg e Alpers.
La storia la potete trovare in un film Paper Town (Città di carta) di Jake Schreier e tratto dal romanzo omonimo di John Green che ne racconta la storia in modo affascinante a una TED conferencequi https://www.ted.com/talks/john_green_the_nerd_s_guide_to_learning_everything_online 
Si tratta di una stimolante metafora che racconta come il modo in cui noi nominiamo la realtà modifichi la realtà stessa.

 

La nascita delle reti d’impresa
Anche per le reti d’impresa, la realtà precede qualsiasi soggetto legislatore. Le imprese sul nostro territorio in realtà hanno sempre operato in modo aggregato. Sono stati definiti distretti, subfornitura, filiere, reti, sistemi produttivi locali, cluster, ATI, consorzi. I nomi possono variare, ma il dato certo è che le micro imprese sono sempre state parti di agglomerati più complessi che solo nel loro insieme raggiungevano il mercato finale. Non poteva essere altrimenti d’altronde se la nostra struttura produttiva continua a essere caratterizzata da circa 4,2 milioni di microimprese con meno di dieci addetti che rappresentano il 95 per cento del totale delle unità produttive e impiegano circa 7,8 milioni di addetti.

In Italia il dato vale per il 47 per cento contro il 29 per cento nella media europea. All’estremo opposto, abbiamo una quota particolarmente modesta di imprese di maggiori dimensioni: lo 0,1 per cento delle imprese e il 19 per cento degli addetti. Questa frammentazione determina una dimensione media molto contenuta con 3,9 addetti per impresa a fronte di una media europea di 6,8 addetti e una struttura proprietaria molto semplificata dove il 63,3 per cento di imprese individuali con una quota di lavoratori indipendenti pari a oltre il doppio di quella media europea[1].

I valori sarebbero ancora più di impatto e il confronto più impietoso se rapportato con la realtà statunitense o con quella dei paesi del Far East. Tuttavia, l’Italia riesce comunque a collocarsi al secondo posto in Europa per valore della produzione industriale e resta stabilmente tra i primi 10 Paesi al mondo. Questo accade solo perché da sempre le nostre imprese hanno imparato a lavorare integrandosi, cercando una fortissima specializzazione produttiva e creando il prodotto finale attraverso catene produttive spesso lunghe o lunghissime.


Il potere della rappresentazione

Dal 2009 con il contratto di rete però qualcosa è cambiato. 
Usare la metafora della rete in modo ufficiale, riconoscendola legalmente è stato come mettere su di una mappa una cittadina dove non era mai stato nulla. Fare questo come per Agloe può avere conseguenze imprevedibili perché nel momento in cui si inizia a nominare l’esistenza di qualcosa poi i singoli usano quel nome e nel caso della rete quella metafora per pensare a loro stessi e al loro modo di agire.

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Figura 1: misurarne il numero mensilmente grazie agli strumenti Infocamere e alla georeferenziazione della Mappa delle Reti d'Impresa di ASSORETIPMI, anche questo è un modo per rappresentare le reti d'impresa che prima del contratto non era possibile.

Rappresentarsi come rete significa che le imprese si trovano per discutere di quegli aspetti organizzativi e strategici che non potevano essere affrontati all’interno delle filiere tradizionali. 
Significa conoscere l’altra impresa, condividere problemi e le opportunità, in altri termini fare strategia comune e questo non poteva avvenire nei distretti, dove le aziende erano in competizione tra loro.
Di recente ho sentito dire in un convegno da un imprenditore che il contratto di rete cambia il modo in cui siamo visti all’estero. A mio modo di vedere invece il contratto di rete cambia soprattutto il modo in cui le imprese vedono se stesse. Questo è molto più importante e per tornare a Agloe, ci fa capire il potere che ha la parola di modificare il nostro modo di agire.
Avere definito l’esistenza della rete d’impresa ha significato molto più che aggiungere un'altra forma legislativa a quelle che già esistevano, perché in questo caso il legislatore si è sforzato di capire come davvero funzionino le piccole imprese senza adattare modelli che sono costruiti per dimensioni completamente diverse. Soprattutto di disegnare una struttura fluida che definisce gli obiettivi della rete (innovazione e competitività), ma lascia spazio alle singole esperienze di scegliere come fare questo.
Quando si parla di un’azienda di 3 dipendenti con un fatturato di pochi centinaia di euro, va infatti da sé che è abbastanza difficile pretendere di misurarla o anche solo di aiutarla utilizzando modelli adatti per imprese di centinaia o migliaia di addetti con fatturati di milioni di euro. In questo senso, il contratto di rete è un tentativo del legislatore di comprendere meglio come le piccole imprese operino e funzionano senza rifarsi a forme e istituti importati dall’estero o adattati dalla grande azienda.


Segnali di una rivoluzione in atto
Se mettere Agloe su di una mappa ha significato la nascita di un supermercato con quel nome e ha fatto si che oggi chiunque facendo una ricerca su google può trovare Agloe Paper Town, la nascita del contratto di rete ha portato una serie di cambiamenti legilsativi che stanno lentamente e in modo silenzioso rivoluzionando molti degli istituti legislativi che ci hanno accompagnati negli ultimi 50 anni.

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Figura 2: Agloe, la città di carta (Paper Town) individuabile anche da Google Maps

Citiamone alcuni. Intanto il contratto di rete nasce in Italia, il paese delle micro aziende per eccellenza. Anche se la forma è traducibile in alcuni punti con la Joint Venture è però abbastanza evidente che nella mente del legislatore si parli di imprese radicalmente divere e di dimensioni più piccole.
Inoltre il contratto di rete, con tempi molto rapidi per la legislazione italiana che in materia societaria era ferma da decenni, si è introdotto il Contratto di rete con Soggettività giuridica avvicinando due istituti molto distanti da un punto di vista giuridico poiché in caso parliamo di un contratto e nell’altro di un soggetto con una propria partita IVA e con obblighi anche fiscali paragonabili a quello di una società. Si finisce col nominare allo stesso modo ‘rete d’impresa’ due forme molto distanti da un punto di vista normativo e fiscale perché da un punto di vista operativo sono assimilabili.
Infine con l’introduzione della co-datorialità si fa venire meno un altro dei capisaldi del diritto societario rappresentato dall’unicità del datore di lavoro.
Credo che su questa strada altre modifiche seguiranno nei prossimi mesi e anni, perché se la volontà è di costruire un vestito su misura che rispecchi il modo di operare della micro impresa, molta strada è ancora da fare. Auguriamoci che questo comporti anche il ripensare il sistema del credito che ancora oggi, di là dalle pressioni della BCE e delle dichiarazioni di principio è assolutamente lontano dal riuscire a costruire modelli che permettano di attribuire un merito creditizio alle micro imprese che abbia un minimo di connessione con la realtà.

 

Nota:

[1] http://www.istat.it/it/files/2015/05/CAP-3-Rapporto-Annuale-2015-2.pdf

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