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Reti di imprese: una unione civile in regime di separazione dei beni - di Arianna Visentini

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Reti di imprese: una unione civile in regime di separazione dei beni - di Arianna Visentini

di Arianna Visentini

IlSole24Ore - V.ARI.azioni di Arianna Visentini

 

Insieme ad alcuni altri partner, sto cercando di promuovere una rete di imprese sul tema conciliazione famiglia-lavoro e welfare aziendale. E’ un tema innovativo che richiede che i fornitori siano in grado di dare risposte adeguate sebbene non vi sia ancora una grande  letteratura e pratica in proposito.

Ma al di là del contenuto dell’aggregazione, si stanno presentando una serie di problemi che credo riguardino tutte le imprese che oggi stanno meditando sulla convenienza effettiva dell’allearsi e che riguardano in generale il "fare impresa" in Italia.

Infatti, perché ci si aggrega? Innanzi tutto perché è un trend. Perché per chi segue i dibattiti pubblici, i convegni, i suggerimenti dati dalle Associazioni di Categoria e dagli economisti così come il pensiero di mainstream sulle strategie di impresa, sente parlare quotidianamente di contratto di rete (legge 30 luglio 2010, n. 122). Tale formula giuridica prospetta infatti una convenienza e vantaggio fiscale, priorità nell’accesso al credito, delineandosi come una sorta di panacea ai mali della crisi imperante e di una possibile soluzione alla falcidia che sta mettendo in ginocchio soprattutto le imprese piccole e micro. Ci si aggrega perché le imprese italiane, che sono "individualiste",  famigliari e piccole, così come il matrimonio, non reggono più.

E anche la mia è una piccola impresa di 4 socie, 2 dipendenti in apprendistato, 1 collaboratrice a progetto, 4 collaboratrici consulenti a p.iva che traggono dalla nostra organizzazione almeno il 60% del loro fatturato. E poi ci sono le dottorande di ricerca che collaborano con noi su progetti specifici.

Abbiamo faticosamente costituito la nostra piccola srl, dopo un anno di dubbi estenuanti sul quanto ci avrebbe vincolato, e giungendo finalmente all'altare notarile alla fine del 2009.

Ed oggi la "piccola e regolare unione" cresce al ritmo di circa un 30% di fatturato all’anno. Ma non altrettanto cresce ovviamente il nostro profitto e il nostro reddito: quando arriva la commessa, che spesso è personalizzata perché lavoriamo nel settore della consulenza organizzativa, dobbiamo arruolare collaboratori e collaboratrici di alto profilo che in tempi brevi debbono essere formate sul tema in questione, sul progetto, sul cliente. Ciò comporta altissimi costi di investimento che rientrano molto tempo dopo che li abbiamo sostenuti. E poi perché siamo espressione di quel "capitalismo relazionale" per cui la tua impresa, i tuoi collaboratori, le persone con cui lavori devono essere soddisfatti tanto quanto te, e quindi li paghi quanto meritano facendoli a volte aspettare meno di quanto non stia aspettando tu.

E poi c’è il discorso del nostro core-business fatto di conoscenze personali, di esperienze individuali, di innovatività di un settore, quello del terziario avanzato, e di una tematica, quella del work-life balance e welfare mix, che al momento consentono molta poca standardizzazione: è un terreno sperimentale che tocca le politiche pubbliche e programmatorie così come le strategie aziendali prestandosi ad una altissima variabilità i cui risultati non sono ancora oggi facilmente e oggettivamente misurabili.

Quindi, ci dicono, forse è meglio se vi aggregate, se vi unite. Non certo in matrimonio, no. Sposati vi siete già sposati una volta. Non c'è bisogno di uno stato di famiglia in piena regola, è sufficiente un programmino, una manifestazione di intenti sul vostro futuro, è sufficiente che lo depositiate presso le camere di commercio e il gioco è fatto. Semplice. (Anche se a dire il vero sarebbe sempre l'altare notarile a suggellare la semplicità).

E noi ci aggreghiamo. Ma non senza dubbi. I soliti dubbi che accompagnano l'imprenditore italiano sempre combattuto tra la passionalità dei rapporti indissolubili e la libertà dell'essere soli (o al massimo in famiglia) a decidere.

E così le domande di chi si avvicina a compiere un altro grande passo sono davvero molteplici:

- il contratto di rete si registra presso il registro delle imprese della camera di commercio ma non implica il rilascio di partita iva. Quindi chi sostiene i costi del programma di investimenti comune? Con che criteri si ripartiscono i costi di investimento?

- come distinguere gli investimenti comuni, da quelli realizzati da ciascuno indipendentemente ma nell’interesse comune, da quelli effettuati individualmente per proprio interesse ma che andranno a beneficio della rete?

(...)

 

ariannavisentini.nova100.ilsole24ore.com

 

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